Il confine_stralci

PILLOLE DA “La mia storia:Prima – durante – dopo” – ’98/’99
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Grazie, amica penna
MI SEI STATA SEMPRE VICINA, PRONTA A EVIDENZIARE OGNI MIO PENSIERO ANCHE NEI MOMENTI PIU’ TRISTI. MI HAI AIUTATO A TRASCORRERE TANTE ORE, CHE ALTRIMENTI SI SAREBBERO SOMMATE ALLE ALTRE, COLME DI SGOMENTO E INDICIBILE SOLITUDINE. SE, ALLA FINE, NON E’ PROPRIO TUTTO DA BUTTARE, LO DEVO ANCHE A TE.
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Caro orologio, fedele compagno ma giudice implacabile
DAL GIORNO MALEDETTO NON HAI PIU’ AVUTO ALCUN SIGNIFICATO; ANCHE SE TI FOSSI FERMATO NON SAREBBE CAMBIATO NIENTE, E DIRE, CHE SENZA DI TE, PRIMA, NON HO POTUTO FARE, MAI. MI ERI INDISPENSABILE, TUTTO O QUASI DIPENDEVA DA QUELLO CHE SEGNAVI, PER ME COME PER TANTISSIME ALTRE PERSONE DI QUESTO MONDO. ORA TI GUARDO CON INDIFFERENZA, MI HANNO ABITUATO A NON AVERE FRETTA…
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AI “NORMALI”: APRITE GLI OCCHI, E , SUBITO DOPO, IL CUORE. SE CI RIUSCITE, POTRETE FINALMENTE AVERE CONSIDERAZIONE DI VOI STESSI.
A “NOI”: ARRANGIAMOCI MEGLIO CHE POSSIAMO, CON LA NOSTRA FORZA.
A QUELLI “PIU’ SFORTUNATI”: VI AMMIRO, NON SO DIRE ALTRO…
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DAL 24.02.1960 ALLE ORE 9,30 DEL 22.10.1998
38 anni e 8 mesi trascorsi senza infamia e senza lode, commettendo tanti sbagli, anche importanti, ma comunque vissuti onestamente e senza dar noia a nessuno. Uno come tanti: figlio “quadrato”, studente brillante fino al diploma di
Ragioniere (1979), operaio edile (1980-1982), in attesa del militare, buon lavoratore dedito “al pubblico” come titolare di un negozietto di Alimentari (1983-1994), poi entusiasta BOSCAIOLO a 360°, in società al 50% (1995-…), marito dal 1985, ma ancora per poco (stiamo pensando da tempo alla separazione), e babbo dal 1987. Un’esistenza fra alti e bassi, ma abbastanza tranquilla, e
molto… casalinga.

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DOPO LE ORE 9,30 DEL 22.10.1998
Vado al lavoro come tutti i giorni: la mattinata è splendida ed è anche caldo, siamo al magazzino a preparare una ventina di quintali di legna segata da stufa; inavvertitamente mi avvicino troppo al giunto cardanico che, durante il suo implacabile moto rotatorio, “aggancia” un lembo dei miei pantaloni. Nel volgere di pochi secondi si consuma il dramma: la mia gamba destra viene inesorabilmente trascinata sotto il cardano, che la spezza una trentina di centimetri sotto al ginocchio. I fotogrammi del film mi sono scorsi davanti agli occhi con una lentezza agghiacciante, sono ancora vivi, e forse non mi abbandoneranno mai. Nelle orecchie spesso mi rimbomba lo schianto secco del pèrone e della tibia, e rabbrividisco al ricordo del dolore lancinante che ho provato, e al pensiero del mio arto maciullato irrimediabilmente, e alla mia vita segnata in modo indelebile e terribile. Nei momenti immediatamente successivi all’incidente ho avuto un unico pensiero, dettato dal dolore indescrivibile: VOGLIO MORIRE!!! farmi fuori in qualche modo, qualunque esso sia va bene. Ho urlato tanto, tantissimo, e con quanta forza avessi, sperando che mi si spaccasse il cuore, ma non è servito a niente, se non ad aumentare, se possibile, la preoccupazione e lo sgomento di coloro che tentavano di soccorrermi.
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Dopo l’operazione vengo portato nel reparto di terapia “sub-intensiva”: praticamente è una sola stanza con tre posti-letto, con la particolarità di un infermiere presente 24 ore su 24, che controlla ininterrottamente i valori della pressione del sangue, dei battiti cardiaci e di un mucchio di altre cose, oltre alla possibilità di poter respirare con l’aiuto dell’ossigeno. Importantissima quindi l’assistenza continuativa notte e giorno e, nel giro di pochi minuti, l’opportunità di essere visitati da un medico in qualsiasi momento.

I primi due giorni siamo stati “sballottati” (noi della sub-intensiva) da una stanza all’altra per motivi di ristrutturazione, anche con qualche piccolo disagio. Le mie condizioni sono stazionarie, i medici tacciono, e questo non mi piace. E’ strano, non posso dire di star bene, ma non accuso dolori particolarmente acuti, se non al torace e alla schiena; la gamba, e non è una battutaccia, non la sento, è come se non ce l’avessi completamente. Comincio a focalizzare la situazione, sistemando i tasselli al loro posto: sono tutto tronco, ma passerà; il problema è il mio arto inferiore dx: irrimediabilmente compromesso. Fortunatamente non posso vedere la ferita (mi hanno fatto una doccetta gessata), ma è una magra consolazione: 1/3 di gamba non c’è più!!!
Devo costringermi a non pensare, ma è dura, terribilmente dura. Nel letto non mi posso muovere di un millimetro, ho due-tre flebo senza soluzione di continuità, non bevo e non mangio; a tutto ciò non devo e non voglio aggiungere l’apatia della mia psiche: meglio essere presente con tutto me stesso in questa brutta avventura e cercare di affrontare il presente e il prossimo futuro con lucidità e raziocinio, nei limiti del possibile.

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Sono convinto che la componente psicologica reciterà un ruolo fondamentale nell’impatto con la mia nuova realtà, e anche in un secondo tempo, quando dovrò reinserirmi nell’ambiente sociale e lavorativo. Tutti mi fanno coraggio, dicendo che non cambierà poi molto la mia vita, ma non ci credo neanche un po’: queste sono panzane che forse sarebbe meglio non dire. Ma avrò tempo di riflettere su questo e molti altri problemi.

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Finalmente ci hanno trovato una stanza decente e, soprattutto, idonea. Spero sinceramente che non ci siano altri cambiamenti. Ho già preso un pochino di confidenza con i paramedici che, a turno, diligentemente, e con estrema gentilezza, si prendono
cura di noi; con i giorni forse tornerò ad essere il Bruno estroverso e cordiale di sempre. Per ora comunque mi permane la preoccupazione per le condizioni generali di salute: comincio ad avere difficoltà a respirare (duro una fatica boia), il torace mi duole in maniera esagerata (e per le costole fratturate non possono fare nulla se non aspettare), la schiena idem, le braccia
mi dolgono per i continui “sforacchiamenti”, come pure i polsi, causa i prelievi per l’emogas (ossigeno nel sangue), che sono una vera tortura, a seconda del medico che li esegue. In questo reparto vige una disciplina piuttosto rigida, e questo è comprensibile date le condizioni generali dei pazienti ricoverati. Se la stanza è occupata da 2 o più malati, per le visite fanno passare uno alla volta, per non più di 10-15 minuti cadauno, nell’orario prefissato (dalle 13 alle 14 e dalle 18,30 alle 19,30); non esiste possibilità di avere l’assistenza (neanche notturna) da parte di chicchessia, proprio perché abbiamo un infermiere sempre presente. La Maria, con Riccardo o con la Marta, è sempre venuta a trovarmi; io non vorrei, basterebbe una volta ogni due -tre giorni, ma non ne vuol sapere (la capisco, è preoccupata, ma è anche vero che si strapazza, e purtroppo mi vede soffrire, senza poter fare niente). Nel corso di una sua visita, mi pare al terzo giorno di ricovero, ho avuto un vero e proprio crollo psicologico, durato pochi minuti, ma
intensissimo. Ho pianto come non mai, senza vergogna ho bevuto le mie copiose lacrime, e le parole (di circostanza) della Maria non hanno fatto che accrescere la mia impotenza colma di disperazione.

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In un pianto dirotto ho urlato tutta la mia disperazione di amputato: nel volgere di un istante la mia vita è diventata un inferno. Quando mi rimetteranno in piedi dovrò reimpostare tutto: il lavoro, le amicizie, gli hobby, l’automobile, le vacanze (se mai le farò)…La famiglia, a parte le difficoltà che ho con mia moglie (da molto prima l’incidente), non dovrebbe subire altri contraccolpi, oltre al trauma psicologico, e non solo, che ho già arrecato a tutti i miei parenti, genitori in testa. E’ per tutte queste perplessità, e per il mio stato confusionale, che esprimo il fermo desiderio di non voler vedere nessuno, tranne la Maria, Riccardo e la Marta, che già mi hanno visto, fino a quando lo riterrò opportuno. E’ meglio per tutti.

 

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