Indiani nativi_Tribù

 

LE PIU’ IMPORTANTI TRIBU’ DEGLI INDIANI D’AMERICA

“….allora, io ero la’, sulla piu’ alta delle montagne, e tutto intorno a me c’era l’intero cerchio del mondo. E mentre ero la’, vidi piu’ di cio’ che posso dire e capii piu’ di quanto vidi; perche’é stavo guardando in maniera sacra la forma spirituale di ogni cosa, e la forma di tutte le cose che, tutte insieme, sono un solo essere. E io dico che il sacro cerchio del mio popolo era uno dei tanti che formarono un unico grande cerchio, largo come la luce del giorno e delle stelle, e nel centro crebbe un albero fiorito a riparo di tutti i figli di un’unica madre e di un unico padre. E io vidi che era sacro…

E il centro del mondo e’ dovunque “

Alce Nero (Hehaka Sapa)


ALGONCHINI

 

Incontrammo molti indiani, uomini alti e dal piacevole aspetto. Ci offrirono pesce bollito e il loro forte e aromatico tabacco…” Così scrisse John Brereton, marinaio della ciurma dei Capitano Gosnold, che nel 1602 scoprì le isole e la baia di Cape Cod, nell’odierno Massachusetts. Quegli indiani così gentili e generosi con i nuovi arrivati erano Wampanoag. Nel 1620, Massasoit, sachem dei Wampanoag, accolse con altrettanta o spitalità i Padri Pellegrini giunti in Inghilterra sulla Mayflower, offrendo loro terre e amicizia. Nel giro di una sola generazione, davanti all’arroganza e agli atti di violenza dei coloni, che sempre più numerosi invadevano le terre degli indiani e lasciavano che le loro mandrie distruggessero i campi di granoturco, l’amicizia si trasformò in odio. Il figlio di Massasoit, Metacomet, noto anche come Re Filippo, unì tutte le tribù della costa nordorientale degli attuali Stati Uniti, come i Narraganset e i Nipmuck, in una grande guerra contro gli Inglesi. Dopo i primi, iniziali successi, gli indiani furono annientati dalle armi da fuoco e dall’organizzazione militare degli europei. Re Filippo fu ucciso in un’imboscata e la sua testa fu esposta pubblicamente a Plymouth per vent’anni. Sua moglie, i suoi figli e i pochi superstiti della sua confederazione furono venduti schiavi nei Caraibi. I Wampanoag facevano parte della grande famiglia linguistica Algonchina: una sessantina di nazioni diverse, spesso in guerra tra loro, sparse su una vastissima estensione di territorio, da Terranova alle Montagne Rocciose. Gli Algonchini si possono dividere geograficamente in cinque gruppi principali. Nel settore occidentale vivevano le tribù stanziate ai piedi delle Montagne Rocciose: Piedi Neri, Arapaho e Cheyenne; il settore settentrionale, il più esteso, includeva la nazione Chippewa e gli Algonchini propriamente detti; il settore nordest raggruppava Naskapi e Abenaki; il settore centrale comprendeva Menominee, Sauk, Fox, Potawatomi; infine, il settore est includeva le tribù della costa atlantica: Wampanoag, Massachuset, Narraganset, Mohicani, Powhatan, Nipmuck, Delaware e Shawnee. Diversissime tra loro, le tribù Algonchine avevano tuttavia molte caratteristiche comuni. Erano essenzialmente agricole e sedentarie (eccetto quelle delle praterie), indossavano abiti di pelle di daino e lavoravano la corteccia degli alberi per farne abitazioni e canoe.in pace avevano un capo (carica ereditaria per parte di madre) chiamato sachem; in guerra avevano un capo di guerra scelto tra i più coraggiosi. Credevano in uno spirito universale, il manitou (chiamato orenda dalle tribù Irochesi e wakan da quelle Sioux). Il manitou è un’energia, una forza sacra. E in tutte le cose, animate e inanimate, ma non con la medesima intensità. li sole, per esempio, è ricchissimo di manitou, così come i venti e il mare. Stelle e nuvole ne possiedono in quantità leggermente minore. L’aquila è investita del sacro potere quando piana alta nel cielo, dei campi Comanche, gli Americani assistettero a un carosello equestre in loro onore. Catlin ammirò la destrezza dei Comanche: come si lasciavano cadere sul fianco del cavallo, appesi al dorso per una sola caviglia, scagliavano una freccia con mortale precisione da sotto il ventre dell’animale, e poi, con un colpo di reni, si raddrizzavano in sella, pronti a ripetere l’acrobazia sull’altro lato. Li vide catturare al lazo i mustang selvaggi e uccidere i bisonti con una sola, precisa freccia in un punto vitale. “Dichiaro senza esitazioni – scrisse Caffin – che i Comanche sono i cavalieri più straordinari che io abbia mai visto, e dubito che un altro popolo sulla Terra possa eguagliarli. Un Comanche a piedi è fuori del suo elemento e, al paragone, goffo. Ma appena tocca il suo cavallo, persino il suo volto si trasfigura, ed eccolo volare via con grazía, come se non fosse più la creatura di prima”.
I Comanche dominavano una vasta regione delle praterie meridionali, la Comancheria. Avevano scoperto i cavalli nel Seicento, quando gli Spagnoli si erano insediati sul Rio Grande. E avevano subito iniziato a rubarli. Anche nei secoli seguenti il modo migliore per procurarsi cavalli restò il furto. Per la morale Comanche, rubare agli stranieri non è disonestà. E loro, per il furto di cavalli, avevano davvero talento. Un Comanche sapeva introdursi in un campo di uomini addormentati, ciascuno con il proprio cavallo legato al polso per mezzo del lazo, e portar via tutte le cavalcature senza svegliare un’anima! Non era insolito, per un guerriero, possedere duecento e più cavalli. Per tutto il Settecento, i temibili Comanche, riforniti di armi da fuoco dai Francesi della Louisiana in cambio di cavalli e di schiavi, estesero le loro terre a spese di Pueblo, Apache e Pawnee, e furono in guerra con gli Spagnoli. Ma non con i coloni spagnoli dei Nuovo Messico, che ottennero una pace separata, intrapresero con loro un redditizio commercio e divennero noti coi nome di Comancheros. Poi arrivarono gli Anglos, gli americani. Quando il Texas, nel 1836, conquistò )’indipendenza dal Messico, il generale Houston strinse con i capi Comanche un trattato di pace, secondo il quale i Texani s’impegnavano a non invadere la Comancheria. Ma il Senato dei Texas non approvò l’accordo. Con la scusa di proteggere i coloni, i Texas Rangers effettuarono sanguinosi raids nei campi indiani. Cinquanta guerrieri Comanche, giunti a San Antonio per una trattativa, furono assediati e massacrati nel Municipio della città. Pochi giorni dopo, il capo lsomania, adirato per la doppiezza dei bianchi, cavalcò da solo nella main street di San Antonio. Voleva liberare i capì prìgionieri, e sfidò gli abitanti a battersi con lui. Ma i Rangers e i cittadini di San Antonio, temendo una trappola, restarono in casa. Isomania se ne andò, ancor più disgustato. E la vittoria finale non fu dei valorosi Comanche. La Comancheria fu invasa dai coloni americani, gli indiani furono chiusi in piccole riserve in Oklahoma. Ai Comanche fu proibito il suolo del Texas: chi sconfinava poteva essere legalmente ucciso da chiunque. Sapendolo, i Texani rubavano impunemente le poche vacche e i pochi cavalli dei Comanche e li portavano oltre confine. Fu l’estrema umiliazione, per gli impoveriti ex-scorridori della prateria.




CREEK

Là dove abitavano i Creek, in Georgia e in Alabama, i corsi d’acqua non mancano di certo. Nessuna meraviglia, dunque, che gli inglesi li abbiano chiamati cosi: “creek” significa appunto “torrente”, “piccolo fiume”. E nessuna meraviglia che terre tanto ben irrigate abbiano fatto gola ai coltivatori bianchi, che cominciarono a costruirci sopra le loro fattorie. Finché nel 1813 il capo Aquila Rossa, infastidito dalla presenza dei sempre più numerosi coloni, guidò i suoi guerrieri all’assalto di Fort Mims, lungo il corso del fiume Alabama, provocando oltre 500 vittime. La replica dell’esercito americano fu immediata e terribile: le milizie agli ordini dei generale Jackson attaccarono i pellerossa a Horseshoe Bend, sul fiume Taliapoosa: più di 800 indiani rimasero sul terreno e la forza della nazione Creek fu completamente distrutta. Un trattato imposto loro nel 1814 li obbligò a cedere agli Stati Uniti metà dell’Alabama e una parte della Georgia meridionale. Chissà se a Horseshoe Bend vagano ancora senza pace le anime dei guerrieri uccisi: i Creek credevano infatti che i fantasmi dei caduti in battaglia continuassero a infestare i villaggi finché la loro morte non fosse stata vendicata. Solo a vendetta compiuta essi potevano dirigersi, pacificati, verso il regno dei morti. Ma a parte le uccisioni, i Creek erano disposti a perdonare qualsiasi cosa. Anzi, fra i loro riti il principale era proprio la cosiddetta ‘Testa del Perdono”. Si svolgeva in luglio o in agosto, quando il mais era maturo, e serviva a favorire la rigenerazione dell’universo e delle forme di vita che lo popolano. Durante la festa, tutte le colpe erano dimenticate: per questo motivo molti indiani accusati di adulterio o di tradimento si rifugiavano nei boschi e ne uscivano solo al momento della cerimonia. Partecipavano ai riti insieme agli altri ed erano perdonati di tutte le loro colpe. La tradizione imponeva che non si toccasse il raccolto prima della conclusione della festa, e siccome questa durava dai quattro agli otto giorni, i Creek preferivano digiunare o nutrirsi di bacche piuttosto che infrangere la regola. Tutto era finalizzato alla completa purificazione dei villaggio e dei suoi abitanti: il nuovo mais, fonte di vita, doveva giungere in una comunità priva di rancori, restituita alla sua primitiva purezza. Perciò i Creek preparavano anche un infuso di erbe chiamato “Pozione Nera”, da bersi durante la Festa del Perdono: si trattava di un potente emetico grazie al quale riuscivano a purificare anche il corpo. L’ultimo giorno della grande festa gli sciamani danzavano gridando: ” Yahola!”



HOPI

Gli Hopi non hanno dubbi laTerza Guerra Mondiale è imminente. Le loro profezie in proposito sono chiarissime, e non è il caso di snobbarle dato che, in passato, hanno anticipato con agghiacciante precisione sia la Prima Guerra Mondiale che la Seconda. Il conflitto sarà iniziato da quei popoli che per primi ricevettero l’illuminazione divina agli albori della Storia, nei loro antichi paesi (india, Cina, Egitto, Palestina, Africa). Gli Stati Uniti saranno distrutti dalle bombe atomiche: solo il territorio degli Hopi sarà preservato. I superstiti dell’immane olocausto daranno comunque vita a un mondo nuovo, unito sotto un unico potere. Che abbiano ragione o meno, le profezie Hopi, nel contesto di tutta la loro complessa mitologia, sono quanto di più bello la poesia degli Indiani d’America abbia fatto giungere fino a noi. Le loro canzoni e le loro preghiere sono spesso molto suggestive, e testimoniano una religiosità struggente e profonda. E per ritrovarsi a pregare tutti insieme, gli Hopi – come gli Zuni, gli Acoma, i Tewa e tutte le altre nazioni Pueblo – costruivano degli edifici in pietra, di forma cilindrica, detti “kiva”, posti al centro dei loro villaggi. Villaggi non di tende o capanne, ma costruiti in muratura o scavati nella roccia, formati da abitazioni distribuite su diversi piani, disposte ad alveare e di solito collegate fra loro. Alcuni insediamenti sono addirittura costituiti da un unico edificio, formato da celle e stanze comunicanti per mezzo di anditi, corridoi, scale e porte. Oraibi è probabilmente il più antico insediamento continuamente abitato dei Nordamerica, a partire dall’anno 1100. Ma nelle mesas dei Sudovest ci sono altri pueblos abbarbicati sulle rocce, abbandonati da secoli e altamente spettacolari, come Cliff Palace e PuebIo Bonito (il più grande, con le sue ottocento stanze).

Hopi deriva da “hopitu”, i pacifici. Sono, infatti, un popolo mite e sedentario, che tesse il cotone e coltiva il mais. Ma guai a offendere la loro religione: nel 1680, una rivolta di tutti i popoli Pueblo contro i missionari spagnoli che pretendevano d’imporre il cristianesimo terminò in un massacro. Ancora oggi, non si può assistere alle magnifiche e complicate cerimonie sacre Hopi, cui partecipano gli spiriti, i Kachina, senza avere il permesso della tribù. E, naturalmente, scattare fotografie equivale a un sacrilegio.


IROCHESI

Seduto al margine della radura, in vista dei villaggio Mohawk, l’uomo fumava tranquillamente la pipa. Nelle foreste dei Nordest, questa era la buona regola di comportamento, in prossimità di un villaggio straniero. Significava: “Vengo in amicizia”. I Mohawk si avvicinarono guardinghi: l’uomo era pur sempre un Urone, uno dei loro tradizionali nemici. Affermò di chiamarsi Deganawidah e di essere latore di un importante messaggio. Condotto dinanzi ai capi Mohawk, Deganawidah disse: “La mia mente è ispirata dal Signore della Vita. La mia missione è porre fine allo spargimento di sangue tra gli esseri umani. Il mio messaggio è che tutti i popoli dovranno amarsi e vivere assieme in.pace”. “E un buon messaggio”, dissero i capi. Così i bellicosi Mohawk, chiamati per la loro crudeltà “I mangiatori d’uomini”, furono il primo popolo ad accettare la Grande Pace. Qualche tempo dopo, tra i Mohawk giunse Haiawatha, un nobile capo Ononda, in volontario esilio dalla sua tribù.

Tra gli Irochesí una società di sciamani, le Facce False, curava i malati con l’ausilio di grottesche maschere di legno rappresentanti gli spiriti, talmente brutte da far scappare via il malanno. Anche Haiawatha aveva desiderato la pace. Ma il capo guerriero Tadodaho, dalla folle sete di sangue e dalla chioma attorcigliata come un groviglio di serpenti, l’aveva sconfitto con le sue arti magiche e gli aveva ucciso le figlie. Senza più seguaci, sconvolto dal dolore, Haiawatha era fuggito. Poi vi fu Deganawidah.Insieme, i due profeti portarono ai popoli vicini la Grande Pace: “Primo: la Buona Parola, che è rettitudine nell’agire e giustizia per tutti. Secondo: la Salute, che è mente sana in un corpo sano e la pace sulla terra. Terzo: la Forza, che è la fondazione di un’autorità civile, e l’aumento dei potere spirituale in accordo con il volere del Signore della Vita”. Dopo i Mohawk, li ascoltarono gli Oneida. Poi i Cayuga e i Seneca. Restavano gli Onondaga. E, miracolosamente, anche il crudele Tadodaho fu redento dalla nuova dottrina di pace. Era nata la Lega delle Cinque Nazioni Irochesi. La storia di Haiawatha e Deganawidah, i grandi profeti e legislatori dei popolo Irochese, è giunta a noi da un lontano passato.Pur non conoscendo la scrittura, i “narratori di storie” Irochesi hanno tramandato di generazione in generazione storie e leggende lunghe e complesse quanto l’iliade e l’Odissea. Per aiutare la memoria, usano i wampum, cinture o fasce fatte con perline colorate ricavate da conchiglie, forate e poi tessute assieme. Per mezzo di differenti colori e simboli grafici, i wampum si possono ‘Ieggere”. Anche questa invenzione è attribuita al semileggendario Haiawatha. Gli Irochesi chiamano se stessi Haudenosaunee, “quelli della casa allungata”. Con la fondazione della Lega (avvenuta probabilmente nel 1459), la lunga casa Irochese era stata idealmente estesa a coprire tutto il territorio delle Cinque Nazioni: i Mohawk, che vivevano a est, erano “Custodi della Porta Orientale”, gli Onondaga “Custodi dei Fuoco Centrale”, e così via. L’ideale di Deganawidah, Urone scacciato dalla sua tribù per le sue idee poco guerriere, era stato la pace per l’intera umanità. In pratica, la Grande Pace funzionò all’interno della Lega. Contro gli altri popoli, gli Irochesi furono in guerra perpetua per duecento anni. La loro unità politica li rendeva più potenti degli avversari. La loro posizione geografica, sui grandi fiumi e laghi dei Nordest, permetteva loro rapidissimi spostamenti e attacchi di sorpresa. I loro nemici, tribù Algonchine come i Mohicani, o tribù di ceppo Irochese non facenti parte della Lega, come gli Uroni e gli Erie, non combattevano mai di notte, “perché al sole piace vedere il coraggio dei guerrieri”. Le Cinque Nazioni non si facevano tanti scrupoli: attaccavano anche al buio e catturavano interi villaggi. I prigionieri erano per la maggior parte adottati. Alcuni di loro, trattati con tutti gli onori, erano riservati per la tortura rituale, arte in cui erano particolarmente abili i Mohawk: le ma lo perde quando dorme. Il manitou è soprattutto presente in tutto ciò che è fuori dalla norma: una pietra o una conchigiia di forma bizzarra, un albero isolato, uomini e animali pazzi o temerari, una vetta inaccessibile, i sogni e le visioni. L’acqua corrente ne contiene più dell’acqua stagnante, un animale selvaggio più di uno domestico, gli indiani più dei bianchi. I fenomeni atmosferici, come il tuono, la folgore e la pioggia sono ricchi di sacro potere e sono le parole con cui il cielo si rivolge agli uomini. Gli indiani, e gli sciamani soprattutto, osservano attentamente la natura, l’ascoltano, apprendono il potere di ogni cosa. Per vivere in armonia con il mondo devono accostarsi al manitou nel modo giusto, invocando il perdono di un animale selvaggio prima di abbatterlo, o purificandosi con speciali riti prima di recarsi in un luogo deserto e di invocare una visione. Da quando sono arrivati i bianchi, molta energia manitou è svanita dal mondo perché tutto ciò che è toccato dai bianchi perde il suo potere. Furono due visionari, Tecumseh e suo fratello, il Profeta, a lanciare l’offensiva antiamericana di una nazione Algonchina, gli Shawnee. Tecumseh creò una grande confederazione Algonchina, viaggiando instancabilmente e conquistando altre tribù alla causa con la sua irresistibile arte oratoria. “Un ramo solo si può spezzare – diceva. – Ma un fascio di molti rami è forte”. Il Profeta aveva annunciato di poter fermare il sole. li mezzogiorno dei 16 giugno 1806, davanti a migliaia di indiani riuniti, il Profeta alzò le braccia al cielo, e in quel momento il sole fu lentamente oscurato da un’eclissi di luna! Ma nel 1811, approfittando di un’assenza di Tecumseh, gli Americani attaccarono la grande città dei ribelli e la rasero al suolo. il Profeta aveva giurato ai suoi seguaci che l’energia manitou li avrebbe resi invulnerabili alle pallottole, ma fu smentito dai fatti. Tecumseh, odiando più che mai gli Americani, si alleò con gli Inglesi nella guerra dei 1812 contro gli Stati Uniti. Con la divisa scarlatta di Brigadiere Generale guidò le sue truppe indiane in molte battaglie. Nell’ottobre 1813, gli Inglesi si ritirarono rovinosamente verso il Canada, inseguiti dagli Americani, lasciando al loro destino gli alleati pellerossa. Ma gli Shawnee di Tecumseh non fuggirono. Restarono attestati nei boschi e combatterono fino alla morte contro la Milizia dei Kentucky. Tecumseh aveva gettato la divisa inglese e indossato il costume Shawnee di pelle di daino. Così, vestito da indiano libero, lo raggiunse la fucilata mortale.


APACHE

Sembrava davvero una gran bella festa. i padroni di casa erano i Messicani che lavoravano alle miniere di rame di Santa Rita dei Cobre, nella parte sud occidentale di quello che oggi è il Nuovo Messico. Gli invitati erano gli Apache dei capo Juan José, ai quali si erano volentieri aggiunti guerrieri, donne e ragazzi dei lontano villaggio di Warm Spring. Da vecchio ubriacone quale era, Juan José non aveva minimamente esitato ad accettare: i bianchi gli avevano promesso succo di soccoro e mezcal ìn quantità. Inoltre la comunità di Santa Rita, benché situata proprio nel bel mezzo dei territorio indiano, godeva da anni di una sorta dì immunità proprio grazie all’appoggio del capo Mimbreiío, periodicamente rifornito di alcool dai minatori. Tutt’intorno, invece, la situazione era molto diversa. Da quando il Messico, nel 1824, si era reso indipendente dalla Spagna, i bianchi avevano violato i trattati stipulati in precedenza e gli Apache erano tornati sui piede di guerra. Fra il 1825 e il 1835 avevano ucciso almeno cinquemila persone, provocando l’abbandono di oltre cento insediamenti. Finché, ne, 1837, i Messicani emanarono il famigerato Troyecto de Guerra’, una legge che offriva una taglia per ogni scalpo Apache: 100 pesos per un guerriero, 50 per una donna, 25 per un bambino. Dappertutto un odio feroce divideva Apache e Messicani, tranne che, apparentemente, a Santa Rita. Li minatori e pellerossa si rispettavano, e ora, addirittura, i bianchi invitavano i vicini di casa a una festa nel loro villaggio. Era il 1837. Furono serviti arrosti in abbondanza e scorsero fiumi di alcool. Gli Apache Mimbrefio, in breve, furono tutti ubriachi. Nessuno si accorse che, ben nascosti, attendevano in agguato decine di uomini armati. E soprattutto che un micidiale cannone ad avancarica preparato con pallottole, chiodi, pezzi di catena e pietre, era puntato contro di loro. A organizzare la sorpresa era stato un certo James Johnson, un trapper della zona con un macabro senso degli affari: quando la folla dei pellerossa in festa fu tutta radunata al centro della piazza, egli gettò il suo cigarro acceso nel focone dei cannone. Fu un massacro. Il macello fu completato dagli altri bianchi, a colpi di moschetti, sciabole e coltelli. Il bottino di scalpi fu enorme. Fra quei tragici trofei, c’era anche la capigliatura di Juan Josè. Ma non quella dei gigantesco Mangas CoIbradas (“Maniche Rosse”, in spagnolo) che scampò alla strage e divenne il nuovo capo dei Mimbre5o. Fu lui a vendicare gli Apache uccisi a Santa Rita. Il villaggio messicano venne stretto d’assedio e gli abitanti cercarono scampo attraverso il deserto: non più di mezza dozzina riuscirono a raggiungere Janos, il primo paese verso sud. La pista tra Janos e Santa Rita rimase disseminata dei cadaveri di tutti gli altri. Gli Apache – o “Tin-ne-ah”, il “Popolo”, come essi preferivano chiamarsi – erano divisi in diverse tribù. Quelli che vivevano in Arizona, detti anche Coyotero, comprendevano Aravaipa, Tonto, Jicarilia e Mimbreho; i Mescalero popolavano il Nuovo Messico e il Texas; i Chiricalnua si potevano trovare in una vasta zona a cavallo fra Arizona, Nuovo Messico e Messico. La terra degli Apache era fra le più inospitali che si possono immaginare: montagne alte fino a 3000 metri, altopiani aridi, steppe ventose, deserti, temperature estreme (oltre 40 gradi in estate, sottozero in inverno). I bianchi si stupivano che da un territorio aspro e ostile come quello gli Apache riuscissero a ricavare di che vivere. “C’è cibo dappertutto se uno sa dove trovarlo” rispondevano gli indiani. E poi, quel poco che la natura offriva, lo integravano con le rapine a danno delle tribù più pacifiche e dei bianchi.
Gli Apache, in genere, attaccavano solo quando c’erano buone probabilità di vittoria. Volevano scontri rapidi e risolutivi, non amavano i lunghi combattimenti dall’esito incerto. Se le cose si mettevano male, si allontanavano rapidamente. E, contrariamente a quanto si crede, non scotennavano i loro nemici. Avevano un forte timore della contaminazione da parte del corpo del morto, il cui fantasma poteva tornare a vendicarsi, per cui, se talvolta asportarono degli scalpi, fu solo per rappresaglia verso i Messicani che praticavano lo scalping contro di loro. Con il trattato di Guadalupe Hidalgo, firmato il 2 febbraio 1848, il Messico cedette agli Stati Uniti il Nuovo Messico, l’Arizona, l’ Utah, il Nevada e la California. Il Texas, resosi indipendente dieci anni prima, era già entrato a far parte degli USA. Gli Americani pagarono ai Messicani quindici milioni di dollari e insieme alle terre si presero anche gli Apache. Gli indiani avevano in quegli anni due capi di eccezionale valore: uno era, come abbiamo detto, Mangas Coloradas; l’altro era Cochise, dei Chiricahua occidentali. Fino al 1851 né l’uno né l’altro compirono atti ostili contro gli Americani. Poi, nell’autunno di quell’anno, a Pinos Altos venne scoperto un giacimento d’oro. I cercatori arrivarono da tutte le parti. Mangas Coloradas si recò sul luogo degli scavi per convincere pacificamente i minatori ad andarsene altrove. Nella Sonora, in Messico – disse – conosceva un posto dove c’era tanto oro da far sembrare Pinos Altos una miseria. Se i bianchi accettavano di andarsene, ce li avrebbe accompagnati. Era vero, ma i minatori non gli credettero: lo legarono a un albero e lo frustarono a sangue. Poi lo lasciarono andare, sbeffeggiandolo. Sarebbe stato meglio per loro, e per centinaia di altri bianchi, se lo avessero ucciso: Mangas Coloradas non dimenticò mai il terribile affronto e la sua vendetta fu feroce e implacabile. Anche Cochise subì un grave oltraggio, dieci anni più tardi: un tenente di fresca nomina si recò al suo accampamento, accusando gli uomini della tribù di aver rapito un ragazzo bianco durante un’incursione nella fattoria di un certo John Ward. Non era vero, ma il tenente era così sicuro della colpevoiezza di Cochise che ordinò ai suoi soldati di arrestarlo. Più facile a dirsi che a farsi: come una furia il capo indiano si divincolò dalla stretta degli avversari e si dette alla fuga. Uno dei militari gli sparò, ferendoio. Ma Cochise riuscì a fuggire con tre pallottole in corpo. Ora, anche lui aveva una grave offesa da vendicare. Quando Cochise morì, nel 1874, si tirarono le somme: la sua vendetta era costata cinquemila vittime. E, più o meno, altrettanti morti costò la guerriglia condotta da Mangas Coloradas, assassinato mentre era prigioniero dei soldati nel 1863. Dopo di loro altri grandi capi indiani proseguirono la guerra contro gli “occhi bianchi” (così gli Apache chiamavano gli Americani): Victorio, Volpe Grigia, Geronimo. L’ultimo ad arrendersi fu proprio Geronimo. Il 3 settembre 1886 egli si presentò di fronte al generale Miles che da tempo lo braccava, e disse “Abbandonerò il sentiero di guerra e vivrò d’ora innanzi nella pace”. Gli Apache vennero tutti deportati nelle riserve: i guerrieri in un campo, le loro famiglie in un altro. E si trattava spesso di posti malsani, come Bosque Redondo, dove l’unico corso d’acqua provocava malattie intestinali. Circa un quarto degli Apache vi morirono, gli altri vi trascinarono una vita spenta e rassegnata, chiusi nella loro disperazione. Geronimo ebbe una vecchiaia tranquilla a Fort Siil. Veniva ricercato dai turisti e dai giornalisti. Partecipò all’Esposizione Universale di St. Louis, nel 1908, e si fece fotografare alla guida di una delle prime automobili.


ARAPAHO

Molte delle favole che gli indiani delle pianure narravano la sera davanti ai falò erano state inventate dagli Arapaho. Questi indiani possedevano una fantasia fervida, e i loro racconti erano ripetuti negli accampamenti di tutte le tribù, dai Gros Ventre del Canada ai Cheyenne meridionali. C’erano poi anche storie che nessun altro, a parte gli Arapaho, poteva conoscere. Soltanto uomini scelti avevano il privilegio di poter narrare la versione ufficiale dei mito della creazione, e coloro a cui era concesso ascoltarla dovevano sottoporsi a un digiuno rituale di tre giorni. Nel linguaggio dei segni, il popolo Arapaho era indicato battendosi il petto più volte con la punta delle dita. I Piedi Neri ritenevano che ciò significasse “Petti Tatuati”, in quanto gli Arapaho erano soliti tatuarsi tre simboli sul petto graffiandosi la pelle con aghi di yucca e poi strofinando della cenere sulla ferita; gli Arapaho invece sostenevano che quei gesto volesse dire “Cuori Buoni”. Ma, a causa dei loro naso aquilino, erano anche conosciuti come Popolo dal Grosso Naso. Come gli Cheyenne e i Sioux, con cui si associarono durante le guerre indiane, gli Arapaho emigrarono nelle praterie in un periodo non ben stabilito tra il 1600 e il 1700 provenendo da regioni più settentrionali. Il nome dato loro dagli Algonchini, “Popolo dei sentiero dei bisonti”, è il più antico: risale forse al tempo in cui gli Arapaho iniziarono a muoversi verso ovest seguendo le grandi mandrie. Giunti in prossimità delle propaggini orientali delle Montagne Rocciose, si erano divisi in due gruppi. Alcuni, che sarebbero divenuti noti come Arapaho dei Nord, si stabilirono lungo il fiume Platte in quello che è oggi il Wyoming; altri, conosciuti come Arapaho del Sud, scelsero le praterie più meridionali, lungo il fiume Arkansas, nel Colorado.
Sembra che quando essi videro per la prima volta l’uomo bianco, il cielo notturno si illuminò per una straordinaria pioggia di meteore. Il capo Testa d’Orso avrebbe detto, molti anni dopo: “La notte fatale in cui caddero le stelle significò che i Visi Pallidi sarebbero caduti su di noi tanti quanti le stelle cadenti e ci avrebbero distrutto e altrettante sarebbero state le lacrime delle nostre donne”. Fu davvero così. Gli Arapaho settentrionali, insieme agli Cheyenne, ebbero una parte importante in tutte le guerre contro i bianchi, guidati dai capi Orso Nero e Cavallo Sauro; gli Arapaho meridionali, sempre a fianco degli Cheyenne, agirono nel Kansas e nel Colorado agli ordini di capi quali Piccolo Corvo e Mano Sinistra. Alla fine delle guerre, le bande Arapaho furono segregate nelle riserve: molte finirono nel Wyoming assieme agii Shoshoni, da sempre loro acerrimi nemici. Questo a testimonianza della scarsa oculatezza con cui le autorità americane gestivano il problema indiano.


CHEROKEE

I Cherokee furono i primi indiani che rifiutarono l’idea di una resistenza ostinata e irriducibile all’uomo bianco, e pensarono di poter sopravvivere integrandosi e imitando la società dei visi pallidi, di cui riconoscevano i molti vantaggi. Furono cinque le “tribù civilizzate” che accettarono di adottare i costumi importati dall’Europa: oltre ai Cherokee, i Choctaw, i Chichasaw, molti Creek e alcuni Seminole. Ma i Cherokee, senza dubbio, furono il popolo che meglio interpretò l’influenza dei bianchi. Divennero sedentari, costruirono scuole, fattorie e persino chiese. Dissodarono e coltivarono intere vallate, utilizzarono con profitto il carro, la fucina e altri attrezzi. Non solo: nel 1809 uno di loro, il celebre Sequoyah, ideò un vero e proprio nuovo alfabeto. Nato nel 1770 da padre bianco e madre indiana, Sequoyah aveva avuto l’educazione tipica dei piccoli pellerossa e addirittura non aveva mai imparato l’inglese: riusci però a capire il grande vantaggio che ai bianchi derivava dal poter scrivere la loro lingua, e cercò di far sì che anche il suo popolo potesse fare altrettanto. Dopo dieci anni di studio, mise insieme un sistema di 86 simboli in grado di rendere conto del complesso sistema siilabico dei Cherokee: alcune iettere erano attinte dall’altabeto latino, altre da quello greco, altre ancora erano state inventate dallo stesso Sequoyah. Nel 1821 il suo sistema, accettato con entusiasmo da tutti, cominciò a essere insegnato nelle scuole cherokee, e nel 1828 uscì il Cherokee Phoenix, il primo giornale della storia redatto dagli indiani. Un botanico austriaco, per ammirazione verso il grande pellerossa, diede il suo nome a un albero della costa occidentale dei Nord America, la sequoia, appunto. Nel 1827 i Cherokee indissero un’assemblea costituente e promulgarono una costituzione modellata su quella americana, individuando un proprio territorio in una regione a cavallo tra il Tennessee, la Georgia, l’Alabama e il North Carolina. L’atto fu ritenuto illegale dal governo degli Stati Uniti, che non poteva permettere la creazione di una nazione autonoma all’interno dei propri confini. Poi, nel 1830, nel territorio dei Cherokee fu scoperto l’oro. Il presidente Jackson si trovò di fronte a un problema dei tutto insolito: i Cherokee andavano eliminati e le loro terre aperte agli insediamenti dei bianchi, ma trattandosi di un popolo pacifico e civilizzato non si poteva sterminarlo freddamente come era avvenuto per altre tribù. Allora prima si promulgarono leggi speciali assolutamente inique e discriminatorie per gli indiani, che si videro privati di ogni diritto e costretti a vivere in condizioni miserevoli. infine fu loro imposto di trasferirsi all’ovest, ìn Oklahoma. Inutili le proteste e le accorate petizioni: nel 1838 la tribù fu costretta a partire lungo quella che fu chiamata la pista delle lacrime”. La deportazione dei Cherokee fu una delle più amare tragedie della storia americana: almeno un quarto della popolazione (ma c’è chi sostiene che si trattò della metà) perì lungo il viaggio a causa dei freddo, delle maiattie e dello sfinimento. Anche Sequoyah seguì il suo popolo in esilio e mori in Oklahoma nel 1843. Non tutti, comunque, partirono: circa mille indiani rimasero nascosti nei boschi della Carolina e lì vivono tuttora i loro discendenti. Quelli che raggiunsero l’Oklahoma non si persero d’animo: si adattarono alla loro nuova condizione e cominciarono a ricostruire daccapo le loro case, le scuole, le fattorie e le chiese.


CHEYENNE

I Sioux e gli Cheyenne non parlavano la stessa lingua, ma erano amici da sempre. Avevano in comune molti aspetti dei costumi e della vita sociale e provenivano entrambi dalla regione dei Grandi Laghi, che avevano lasciato molto tempo prima per divenire guerrieri e cacciatori nelle Grandi Praterie. Il nome agli Cheyenne lo diedero proprio i Sioux, che li chiamavano “Shahi-ye-na”, cioè “popolo dalla lingua straniera”. Non c’erano tuttavia problemi di comprensione: per intendersi bastava il linguaggio dei segni, una sorta di idioma mimico usato da tutte le tribù delle praterie. Per quanto li riguardava, gli Cheyenne preferivano chiamarsi ‘Tsis-Tis-Tas”, “Popolo Magnifico”. Un mercante francese dei XIX secolo, in affari con loro, diceva che gli Cheyenne erano il popolo più indipendente e felice di tutte le tribù a est delle Montagne Rocciose “Guerra, donne e bisonti sono le sue occupazioni preferite ed esso le ha, in abbondanza”, Tipiche degli indiani delle grandi pianure erano le “società dei guerrieri”. Tra gli Cheyenne c’erano i “Soldati dei Cane”, i “Soldati della Corda d’Arco”, i “Soldati delle Lance Ricurve” e altre ancora. A turno, svolgevano un servizio di polizia armata all’interno dei villaggi e garantivano la difesa nei momenti di pericolo. C’era anche un gruppo dei tutto particolare, quello della “Società dei Contrari”, nella quale entravano individui invasati da forze soprannaturali. I suoi membri vivevano capovolgendo le normali consuetudini della vita quotidiana: si lavavano con la sabbia e si asciugavano con l’acqua, dicevano sì se volevano dire no, cavalcavano con il volto verso la coda del cavallo, impugnavano l’arco con la freccia puntata contro se stessi. Essere un Contrario era considerato un onore (per gli indiani i matti e le persone bizzarre erano in diretto contatto con la divinità), e in ogni caso non lo si diventava che per un certo periodo di tempo. Gli Cheyenne furono al centro degli episodi pu’ tragici delle guerre indiane: il massacro di Sand Creek, la strage dei Washita, l’eccidio di Summit Spring, la battaglia di Littie Big Horn. Eppure, quando nel 1862 i Santee dei Minnesota avevano richiesto il loro aiuto per scatenare una vasta offensiva contro i visi pallidi, essi avevano rifiutato. Fino a quei momento tra bianchi e Cheyenne non c’erano state che scaramucce lungo la Overland Stage Line, la pista delle diligenze per l’ovest che attraversava il loro territorio, ma gli spazi disponibili erano ancora smisurati e non c’era motivo di scendere sul piede di guerra. Il capo Caldaia Nera aveva addirittura ricevuto in dono, l’anno precedente, a Washington, una bandiera americana dalle mani dello stesso Lincoln: “Se vi manterrete in pace alla sua ombra aveva detto il Presidente – nessuno vi farà del male”. Invece, in seguito a tutta una serie di incidenti causati ora da giovani guerrieri sbandati ora da soldati nervosi e irrequieti, il colonnello Chivington, un ufficiale senza scrupoli, mosso da notevoli ambizioni politiche, organizzò un pìano per “dare una lezione agli indiani” senza fare distinzione tra pellerossa amici o nemici. Così, con circa ottocento uomini ai suoi ordini, Chivington raggiunse all’alba dei 29 novembre 1864 l’accampamento di Caldaia Nera sulle rive dei torrente Sand Creek. “Voglio che li uccidiate e li scalpiate tutti, grandi e piccoli: i pidocchi nascono dalle uova”, disse il colonnello. I soldati si scagliarono come delle furie sul villaggio, iniziando il massacro. Caldaia Nera sventolò la sua bandiera americana, cercando di far capire che quello era un campo di indiani amici. Continuò finché non vide colpita la propria moglie. Allora gettò via la bandiera e cercò scampo nella fuga. Gli Cheyenne uccisi, alla fine, furono circa trecento, dei quali solo 75 erano guerrieri: gli altri, vecchi, donne e bambini, vennero tutti scalpati, molti prima ancora di morire. Ben presto quell’infamia si sarebbe rivelata l’innesco di un gigantesco incendio che avrebbe divampato a lungo. Non era trascorso un mese dagli eventi dei Sand Creek, che tutte le tribù dell’Ovest si unirono agli Cheyenne che chiedevano vendetta. Iniziò una guerra dalle fasi alterne, con trattati infranti e battaglie vinte e perse da ambo le parti. Nel 1868, il generale Sherman scrisse al segretario alla guerra Edwin Stanton: “Se permetteremo anche a solo 50 indiani di rimanere tra il Platte e l’Arkansas, dovremo proteggere ogni cantoniera, ogni treno, ogni gruppo di persone. In altre parole, 50 indiani ostili possono immobilizzare 3000 soldati. Meglio buttarli fuori al più presto possibile, e non fa molta differenza se ciò avverrà mediante l’imbroglio e uccidendoli. Il 23 novembre di quell’anno, al colonnello Custer fu ordinato di mettersi in marcia con il 70esimo Cavalleria. La consegna era: scovare gli indiani e distruggerli. E Custer li trovò: lungo il fiume Washita era accampata una grossa banda di Cheyenne meridionali. Di nuovo, si trattava di gente pacifica: avevano addirittura inviato una delegazione a Fort Cobb per convincere i militari a escludere il loro campo dagli obiettivi da colpire. All’alba dei 27 novembre, il 70esimo Cavalleria attaccò da ogni lato. Fu un massacro. Rimasero sul terreno 103 pellerosse, molti dei quali donne e bambini. I “Soldati dei Cane” del capo Toro Alto, che non avevano mai dimenticato i morti dei Sand Creek, furono esacerbati dalla nuova strage e rinfocolarono la loro guerriglia in tutto il Kansas. Decine di coloni pagarono con la vita per il massacro dei Washita. Il 50esimo Cavalleria agli ordini del maggiore Carr si incaricò di dare la caccia ai guerrieri Cheyenne. La mattina dell’11 luglio 1869 gli indiani erano accampati in una località dei Colorado nordorientale chiamata Summit Spring. Lì furono individuati dagli uomini di Carr e, a causa di una fitta foschia, i pellerossa non poterono accorgersi dei pericolo che ad attacco ormai iniziato. Il combattimento fu violento e crudele. Un gruppo di “Soldati del Cane”, guidati da Toro Alto cercò scampo con donne e bambini in una piccola gola poco distante: i soldati li inseguirono e li uccisero. Nel 1876 gli Cheyenne parteciparono, con Sioux, Kiowa e Arapaho, alla vittoriosa campagna che culminò con la sconfitta di Custer al Little Big Horn, il 25 giugno. Ma nel novembre di quello stesso anno, le truppe americane localizzarono, grazie ai loro scouts Pawnee, il grande villaggio di Duli Knife (‘ColtelloChe-Non-Taglia”) e lo rasero al suolo. Gli Cheyenne superstiti dovettero arrendersi al termine di un terribile inverno e furono trasferiti in un’arida riserva dell’Oklahoma. Ma il loro spirito guerriero era sempre indomabiíe. La notte dei 7 settembre 1878, quasi quattrocento Cheyenne fuggirono dalla riserva, guidati da Piccolo Lupo e Dull Knife, per tornare al nord, nelle terre dei padri. Traversarono il Kansas e il Nebraska, battendosi vittoriosamente contro le giacche azzurre inviate al loro inseguimento, e rubando animali e vettovaglie ai coloni. L’inverno era freddo. Gli Cheyenne di Dull Knife furono lasciati una settimana intera senza cibo, acqua, coperte e legna per il fuoco. Molti, indeboliti dalla fame, morirono assiderati. Una gelida mattina di gennaio, il capo di guerra Piccolo Scudo si alzò e disse: “Indossate i vostri abiti migliori. Moríremo tutti insieme”. Gli Cheyenne prigionieri avevano ancora delle armi: le avevano smontate e astutamente nascoste, facendo di grilletti, percussori e cani di pistola oggetti apparentemente innocui come forcine e braccialetti per le donne e i bambini. Al tramonto di quel giorno, si abbracciarono per l’ultima volta, poi uscirono sparando dalle finestre delle baracche. C’era neve sul terreno, luna piena nel cielo, ed era chiaro come se fosse giorno. Sessantaquattro furono uccisi dalle fucilate dei soldati prima di uscire dal cortile dei forte. Una cinquantina furono raccolti assiderati o gravemente feriti la mattina dopo. Gli altri scomparvero per sempre.


CHIPPEWA

In guerra il comportamento dei Chippewa era improntato alla logica del massimo risultato con il minimo rischio. Non pensavano nemmeno di affrontare il nemico in campo aperto. Preferivano sorprendere gli avversari piombando loro addosso nel cuore della notte, e, prima ancora che quelli avessero il tempo di organizzare la difesa, i tomahawk già calavano sulle loro teste. “Quando un villaggio o un gruppo di nemici viene attaccato – disse il capo Chippewa Kalkkewaquonaby – è raro che sia risparmiato qualcuno. Quando i Chippewa scotennano afferrano saldamente la vittima per i capelli, praticando un incisione tutt’intorno alla testa, penetrando fino alle ossa craniche, dopodiché lo scalpo viene strappato d’un colpo. E’ un’operazione dolorosissima, se praticata su un uomo vivo, eppure qualcuno è sopravvissuto”. Gli scalpi venivano fatti essiccare, e poi erano decorati con collane di wampum e nastri. Il guerriero che poteva vantarsi di aver scotennato un nemico godeva dei privilegio di portate una penna d’aquila sui capelli. Nonostante la loro feroce determinazione in battaglia, i Chippewa non torturavano i prigionieri. Anzi, guardavano con particolare disgusto i vicini Irochesi per l’inumano trattamento che essi riservavano ai nemici caduti nelle loro mani. I Chippewa erano noti anche con il nome di Cijibwa, entrambe forme della stessa parola che significa “popolo i cui mocassini hanno le cuciture raggrínzite”, e costituivano senza dubbio la più grande nazione indiana del Canada. Erano cosi numerosi, e tanto vasto era il loro territorio, da poter essere divisi in quattro distinte tribù: gli Ojibwa propriamente detti, che abitavano nella regione dei Lago Superiore; i Missisagua (“popolo della bocca del fiume”), insediati sull’isola Manitoulin dei Lago Huron e sulla foce dei fiume Mississagi; gli Ottawa (‘ì mercanti”) della regione attorno alla Georgian Bay; e i Potawatomi (“popolo dei posto dei fuoco”), sulla sponda occidentale dei Lago Huron, nello stato del Michigan. Ciascuna tribù era suddivisa in numerose bande, che possedevano propri territori di caccia ed erano politicamente indipendenti l’una dall’altra, sebbene strettamente collegate attraverso matrimoni e parentele. La maggior parte del le bande erano piccole, probabilmente composte da non più di 300 o 400 individui: ognuna aveva il proprio capo, che ai solito consegnava il comando al figlio. Non c’era un capo per una intera tribù, e ancor meno un capo che unificasse l’intera nazione. Se un capo progettava un’incursione contro i Sioux o gli Irochesi, loro tradizionali nemici, prima si consultava con i propri uomini, poi inviava un suo messaggero di fiducia presso le bande vicine, con una pipa e del tabacco, per invitarle a partecipare al raid. L’inviato comunicava il messaggio, poi accendeva la pipa e la faceva girare nel gruppo degli ascoltatori. Quelli che non intendevano prender parte alla spedizione di guerra passavano la pipa senza fumare, ma quelli che fumavano non avrebbero più potuto, senza macchiarsi di disonore, tirarsi indietro.


COMANCHE

“Dallo scintillio delle loro lance, fiammeggianti ai raggi del sole, li prendemmo dapprima per Dragoni messicani. Ma avvicinandoci e guardando nei binocoli, scoprimmo che erino Comanche, in vigilanza alle loro frontiere…” Così, nel luglio 1834, iniziò il primo contatto ufficiale tra i Comanche e la cavalleria degli Stati Uniti, un drappello agli ordini dei colonnello Dodge. Della spedizione faceva parte George Catlin, il grande artista, sploratore ed etnologo che spese la vita a dipingere gli Indiani d’America e a documentare la loro cultura. Fu Catlin a narrarci ciò che accadde in quel primo, pacifico incontro. Un Comanche cavalcò verso di loro sulla verde e ondulata prateria, con una bianca pelle di bisonte sulla punta della lunga lancia, in segno di pace. Montava uno splendido e vivace cavallo e, con crudeli colpi di sprone, gli faceva compiere salti, impennate e aggraziate evoluzioni.Con la comparsa degli Europei, gli Irochesi combatterono non solo per estendere il loro territorio, ma per conquistare il monopolio dei redditizio commercio delle pellicce, con cui ottenevano in cambio armi da fuoco, coltelli e altri manufatti. Strinsero un’alleanza con gli Inglesi della colonia di New York. Durante il Seicento, i Francesi non poterono impedire che i loro alleati Uroni fossero praticamente annientati dalle Cinque Nazioni. Nel Settecento, con l’ingresso nella lega dei Tuscarora, le Nazioni diventarono Sei. Ma la decadenza era vicina. La Grande Pace si dissolse quando, nella Rivoluzione Americana, Mohawk, Onondaga, Cayuga e Seneca, schierati con l’Inghilterra, combatterono contro Oneida e Tuscarora, che avevano scelto i ribelli. Per un’amara ironia della storia, l’Unione delle Tredici Colonie, che si era ispirata alla Lega Irochese, contribuì a distruggerla. Tuttavia, benché divisi e sconfitti, gli Irochesi esistono ancora. I Mohawk della Riserva di Alkwesasne, nello stato di NewYork, usano addirittura un loro passaporto. E ogni anno, da luoghi distanti tra loro come il Canada e l’Okiahoma, giungono i capi per riunirsi ancora nel Gran Consiglio della Lega, attorno al fuoco che non muore”.


I KIOWA

Nella primavera dei 1874, come accadeva ogni anno da tempo immemorabile, i Kiowa attendevano il più importante avvenimento della vita della tribù: l’arrivo delle grandi mandrie di bisonti in migrazione. I cacciatori scrutavano l’orizzonte delle grandi praterie, ma i bisonti non comparivano. Gli esploratori inviati a scoprire le cause dell’incomprensibile fenomeno videro solo pochi branchi sparsi qua e là nell’immensa pianura. Delle migliaia e migliaia di capi che ogni anno in quel periodo attraversavano ie praterie, non c’era traccia. Per i Kiowa fu l’inizio della fine: come per le altre tribù delle pianure, la loro sussistenza dipendeva esclusivamente dai bisonti. Essi fornivano il cibo e la materia prima per il vestiario, la copertura dei tepee, i mantelli, le coperte, i giacigli. Dal rumine degli erbivori si ricavavano le borracce per l’acqua, dai tendini le corde, daile corna le tazze e i cucchiai, dagli zoccoli la colla. I Kiowa non coltivavano la terra, né lavoravano la creta. E neppure mangiavano pesci e uccelli, ritenuti affini ai serpenti e pertanto immondi. Il generale Sheridan, che nell’ovest era il più determinato fautore della “soluzione finale” contro gli indiani, aveva visto giusto: togliere il bisonte ai pellerossa della prateria significava metterli in ginocchio e sconfiggerli definitivamente. Dietro sue precise direttive, le autorità militari incoraggiarono dunque in ogni modo lo sterminio delle grandi mandrie da parte dei cacciatori bianchi, che tra il 1872 e il 1874 massacrarono indiscriminatamente tre milioni e mezzo di animali. Nel 1875, a Fort Sili, in Oklahoma, i Kiowa si arresero e accettarono la segregazione in una riserva. Per decenni, sotto la guida di capi carisrnatici come Satanka, Lupo Solitario e Satanta, avevano combattuto fieramente contro l’uomo bianco che invadeva i loro territori di caccia. I soldati non erano mai riusciti ad averne ragione: ciò che non avevano potuto ottenere combattendo lo avevano infine realizzato decimando i bisonti. Satanka e Satanta, arrestati insieme nel 1871, furono condannati alla prigionia nel penitenziario di Fort Richardson: il primo, ormai anziano, intonò il proprio canto di morte mentre lo portavano via incatenato, poi sfilò le mani dai ferri strappandosi tragicamente la pelle e interi brandelli di carne, e si scagliò contro i soldati facendosi fulminare dai colpi di pistola di un sergente della scorta; Satanta, nel marzo del 1878, dopo aver anch’egli cantato malinconicamente, si gettò nel vuoto da una finestra. Raccontavano un’affascinante leggenda: i loro antenati furono chiamati nel mondo uno alla volta da un essere soprannaturale che Percuoteva un pioppo cavo. Poi Una donna incinta si incastrò nel passaggio e nessun altro poté più uscire. Il loro nome signìfica infatti “popolo che viene fuori”. Essi furono sempre molto attaccati alla loro storia, che veniva registrata su “calendari pittografico’. Uno di questi fu regalato allo studioso James Mooney dal Kíowa Piccolo Orso, per farlo conservare in un museo. L’indiano non volle niente in cambio: lo cedette perché la storia dei Kiowa fosse ricordata e i bianchi apprendessero che cosa avevano fatto. Si tratta della cronaca illustrata della vita della tribù, dal 1833 per sessant’anni. Ogni anno viene rappresentato tramite due avvenimenti, uno invernale e uno estivo. I disegni sono disposti a spirale, partendo dall’esterno. Dal punto di vista storico le vicende ricordate possono sembrare banali: non sono riportate le battaglie importanti bensì la morte di alcuni guerrieri, o le epidemie di vaiolo. Per molti aspetti i calendari Kiowa ricordano i moderni fumetti: avevano persino i balloon. Per esempio, un guerriero chiamato Lupo Nero viene raffigurato con una testa da cui esce un piccolo lupo nero. E questo parecchi anni prima che nascesse Yellow Kid.


MANDAN

“Un forestiero che arriva in un villaggio Mandan è a prima vista colpito dalle differenti sfumature d’incarnato, dal vario colore dei capelli.. ed è quasi portato a esclamare: ‘Questi non sono indiani!’. Così, con l’occhio del pittore, George Catlin descriveva nel 1832 i Mandan. Tra loro c’erano individui dagli occhi grigi, nocciola, azzurri; con capelli castani, chiari o addirittura bianchi. Per spiegarne l’origine, Catlin propose una suggestiva e fantasiosa teoria: i Mandan discendevano da una spedizione di Gallesi agli ordini dei principe Madoc, che erano salpati in cerca di nuove terre all’inizio dei Trecento, con dieci navi, e non erano più tornati. A sostegno della sua tesi, Catlin portava alcune affinità linguistiche tra il gallese e la lingua Mandan: Grande Spirito, per esempio, si dice Maho Peneta in gallese e Mawrpeneathir in Mandan. Inoltre, gli strani pellerossa sapevano modellare la creta, abitavano in case di forma circolare, in parte sotterranee, e le loro canoe erano rotonde e in pelle come i canotti usati nel Galles occidentale. In realtà, sembra che i Mandan parlassero un dialetto Sioux, e le loro usanze non differivano da quelle tipiche dei popoli della prateria. In quanto al loro aspetto fisico, Catlin fu forse ingannato da casi d’albinismo, o vide individui di sanguemisto nati da unioni con cacciatori bianchi. Con i suoi dipinti e i suoi libri, il grande studioso ci lasciò una documentazione unica della cultura Mandan. Riprodusse i loro splendidi abiti, i più eleganti di tutte le praterie, e descrisse le loro pittoresche cerimonie, come la “Danza del Bisonte”, per invocare l’arrivo dei bisonti prima della caccia, e la tortura rituale dell’O-kee-pa, versione Mandan della “Danza del Sole”, praticata da molti popoli delle pianure. Pochi anni dopo la visita di Catlin, questa straordinaria cultura fu cancellata per sempre: nel 1837 i Mandan furono contagiati da un trapper malato di vaiolo. Nel giro di qualche mese l’intera tribu’ fu annìentata.


NEZ-PERCES

Anche i pellerossa ebbero i loro strateghi di genio. Il più grande di tutti, tattico ineguagliabile, al punto di essere definito “il Napoleone indiano”, fu senza dubbio Hin-mah-too-yah-laintket, Tuono Che Romba Nelle Montagne. 0 più semplicemente, come lo chiamavano i bianchi, Capo Giuseppe, capo dei Nasi Forati. La sua tribù viveva nell’estremo Nordovest degli Stati Uniti: il curioso nome che portava gli era stato dato dai mercanti francesi che, giunti nella zona nei primi anni dei Settecento, avevano notato la pittoresta usanza locale di forarsi le cartilagini nasali per appendervi monili ornamentaii. Questa abitudine era stata poi abbandona ta, ma il nome Nez-Percés, Nasi Forati, era rimasto. Quando i bianchi avevano iniziato a insediarsi nell’Oregon, i Nasi Forati si erano ritirati pacificamente nella valle dei fiume Wallowa, assegnata loro da un trattato dei 1875. E lì venne scoperto l’oro. Una torma incontrollabile di cercatori e avventurieri invase il territorio indiano e il generale Oliver Howard ricevette l’ordine di far sgombrare i Nasi Forati dalla valle e di trasferirli, con ogni mezzo, nella riserva dei Lapwai. Prima di usare la forza, il generale convocò Capo Giuseppe e gli disse che avrebbe dovuto cedere la sua terra. Tuono Che Romba Nelle Montagne rifiutò: “Amo questo posto più di qualunque altro al mondo – rispose – Un uomo che non ama la tomba del proprio padre è peggio di un animale selvaggio”. La notizia che i bianchi volevano scacciarli dai loro villaggi innervosì alcuni giovani guerrieri, che il 13 giugno 1877, all’insaputa del capo, assalirono una fattoria sul fiume Salmon. Era l’inizio della guerra. I pellerossa riuscirono a tener testa ai primi contingenti militari, ottenendo alcune clamorose vittorie proprio grazie all’istintivo genio tattico di Capo Giuseppe. Il quale capì che Washington avrebbe inviato ben presto altre milizie e artiglierie da cui i Nasi Forati sarebbero stati inevitabilmente schiacciati. C’era una sola cosa da fare: abbandonare la foro terra e raggiungere il Canada, dove già il capo Sioux Toro Seduto si era messo in salvo qualche tempo prima. Una marcia di 3200 chilometri attraverso le montagne, da portare a termine con solo 250 guerrieri a difesa di altre 450 persone tra donne, vecchi e bambini. E contro di loro, migliaia di uomini dell’esercito americano perfettamente equipaggiati, armati di cannoni, facilitati dall’uso dei telegrafo, e già muniti di forti e avamposti collocati nei punti strategici. La lunga marcia dei Nasi Forati ebbe inizio il 13 luglio 1877. La prima meta fu il Montana: per raggiungerlo, scelsero un inviato tra donne, vecchi e bambini a descrivere la straordinaria odissea dei Nasi Forati, e l’opinione pubblica ne seguiva con commozione le vicende. Le autorità canadesi si apprestavano ad accogliere i fuggitivi. Negli ultimi giorni di settembre, gli indiani erano giunti a pochi chilometri dal confine: da mesi la sparuta banda di Capo Giuseppe teneva in scacco un esercito di oltre cinquemila soldati. L’avventura ebbe termine il 5 ottobre, quando i pochi superstiti furono accerchiati dalle truppe dei generale Howard a un passo dalla salvezza. Capo Giuseppe si presentò ai militari alzando una bandiera bianca. Mentre lo faceva, uno dei suoi attendenti, White Bird, riusciva a portare in territorio canadese la figlia del capo e pochi altri fuggiti all’accerchiamento. Nella grande marcia erano morti 239 indiani, tra guerrieri, donne e bambini. Il generale Sherman definì l’impresa dei Nez-Percés “una delle più straordinarie guerre indiane di cui si abbia memoria”.


PAWNEE

” 0 Stella del Mattino, a te guardiamo! / Tenue vien la tua luce da distanti cieli. / Noi ti vediamo e poi tu vai perduta. / 0 Stella dei Mattino, che porti a noi la vita”. Gli Skidi, una tribù della Confederazione Pawnee, si dicevano figli dei dio Stella del Mattino e della sua sposa celeste, Stella della Sera. Ma a questa fede poetica era legata una cerimonia crudele. In onore di Stella del Mattino, dio della fertilità, si teneva al tempo della semina un sacrificio umano. Il mattino dei sacrificio, prima dell’alba, una ragazza prigioniera, fino a quel giorno trattata con ogni riguardo e tenuta all’oscuro della sua sorte, attraversava il villaggio chiedendo legna. Poi veniva spogliata, dipinta di rosso sul lato sinistro del corpo (il mattino) e di nero sul lato destro (la notte), e legata per i polsi e le caviglie a due solidi pali. Al sorgere della Stella, un fuoco veniva acceso ai piedi della vittima, con la legna da lei stessa raccolta, e gli uomini della tribù la bersagliavano di frecce infuocate. Infine, uno sciamano le dava il colpo di grazia con un affilato coltello, e lasciava che il sangue si spargesse al suolo, a fecondare la terra. Un’alba di primavera dei 1818, una terrorizzata ragazzina Comanche si torceva vanamente sul patibolo: gli sciamani guardavano verso l’orizzonte, in attesa dei sorgere del dio. Ma prima che la tortura avesse inizio, un giovane guerriero balzò avanti tra la folla, recise i legacci, e corse via con la ragazza tra le braccia. Nei pressi aveva nascosto due cavalli, e i due fuggirono al galoppo. Poi, dopo aver rimandato la ragazza dalla sua tribù, il giovane tornò dai Pawnee, a subire le conseguenze dei suo gesto sacrilego. Gli scìamani erano infuriati, ma quel guerriero, Petalesharo, era figlio di un capo e, a soli vent’anni, era rispettato per il suo valore e la sua eloquenza. Così Petalesharo riuscì a convincere glì Skidi Pawnee che per ottenere un buon raccolto non era pìù necessario uccidere. La barbara tradizione fu abbandonata. Per il suo gesto, Petalesharo ricevette una medaglia d’argento da un comitato di gentiídonne di Washington. Il giovane guerriero rispose alle dame dal viso pallido: “Ignoravo che la mia azione fosse così bella. Veniva dal mio cuore. Grazie alla vostra medaglia, ora ne comprendo il valore . Oltre agli Skidi, facevano parte della Confederazione Pawnee Chaui, Pitahauerat e Kitkehahki. La loro denominazione deriva probabilmente da pariki, corno: infatti i Pawnee si radevano tutta la testa eccettuato uno stretto ciuffo, indurito con pittura e grasso, che stava eretto e ricurvo come un corno. Mai ostili agli Americani, i Pawnee servirono nelle Guerre Indiane come fedeli scouts degli U.S.A.


PIEDI NERI

difficile trovare un popolo più aggressivo e predatore dei Piedi Neri. Fatta eccezione per i Sarsee e gli Atsina, che vivevano sotto la loro protezione, essi erano sempre in guerra contro tutte le tribù vicine: con gli Assiniboin e i Cree, a nord; con i Kutenai, i Corvi e i Sioux a ovest; con gli Shoshoni e le Teste Piatte a sud. E naturalmente, con i bianchi a est. A dire il vero non ingaggiarono mai una vera e propria guerra contro gli Americani, però attaccavano di continuo i coloni e i cacciatori penetrati nei loro territori. Una delle loro vittime più illustri fu John Bozeman, il pioniere che aveva tracciato la prima pista verso l’Oregon, che uccisero nel 1867. Un rapporto di ambigua amicizia li legava alla compagnia della Hudson Bay, per la quale cacciavano, dietro compenso, animali da pelliccia. Spesso però le pelli che portavano a vendere non se le erano procúrate catturando gli animali, ma, con meno fatica, uccidendo e derubando i trapper bianchi. In origine abitavano le pianure del Nordest, nell’odierno territorio canadese. Poi, quando entrarono in possesso dei cavalli, una parte si spinse a sudovest, fino al Montana. Da sempre nomadi, cacciatori di bisonti e abitatori di tepee, come gli altri popoli della prateria, la loro Confederazione era formata da tre nazioni: i Sisksika, o Piedi Neri propriamente detti (chiamati così per i loro mocassini tinti di nero), i Blood e i Piegan. Nella loro organizzazione tribale erano importanti le società di guerrieri, una dozzina, note complessivamente con il nome di Ikun’uhkahtsi, “Tutti Compagni”. Avevano finalità diverse: una società manteneva l’ordine nel villaggio, come una forza di polizia; un’altra organizzavà la caccia al bisonte; un’altra ancora si occupava della sicurezza della tribù durante gli spostamenti. A intervalli di quattro anni, gli adepti passavano da una società di grado inferiore a una di grado superiore e acquistavano dagli anziani il diritto a indossare i paramenti e il “sacchetto della medicina” di quella particolare società, a cantarne le canzoni e a eseguirne le danze e i rituali. Gli anziani sostituiti entravano nella società immediatamente superiore e così via: in questo modo, durante la sua esistenza, un guerriero apparteneva a diverse società.


PIUTE

Secondo il generale Philip Henry Sheridan, eroe della Guerra di Secessione e grande amico di Custer, gli unici indiani buoni erano quelli morti. Forse non conosceva i Piute. Sembra infatti che in tutto il West non ci fossero pellerossa più pacifici, saggi e industriosi di loro. Le testimonianze di quelli che li conobbero da vicino concordano nel ritenerli assolutamente affidabili per le loro grandi doti morali. Anche se apparentemente non brillavano d’intelligenza come gli indiani della prateria, loro che vivevano a ridosso delle Montagne Rocciose, però sembravano possedere una maggiore solidità di carattere. Inoltre, cosa assai rara tra gli indiani, i Piute erano dei gran lavoratori, abili e pieni di buona volontà: tant’è vero che prestavano volentieri opera come braccianti nelle fattorie dei bianchi, rivelandosi particolarmente utili durante il raccolto e la fienagione. Inoltre, cosa più unica che rara, essi hanno sempre fermamente resistito ai vizi e alle tentazioni della cosiddetta “civiltà”: pur vivendo nei pressi delle fattorie dei visi pallidi e apprezzandone i molti vantaggi e comodità, continuarono ad abitare nelle loro capanne rotonde e a provvedere da soli ai propri vestiti e a molti altri generi di conforto. Un agente indiano, meravigliato, scrisse che i Piute rappresentavano una “singolare anomalia”: il contatto con i bianchi non li aveva degenerati. E un altro funzionario statale che ebbe modo di visitarli aggiunse: “Alle loro buone abitudini e all’eccellenza del loro carattere va attribuito il fatto che essi vadano annualmente aumentando di numero: sono un popolo forte, sano, attivo”. Non a caso, i Piute furono tra i pochi indiani a non essere stati confinati nelle riserve. L’indole pacifica dei Piute non deve far credere che essi non soffrissero dello strapotere dell’uomo bianco. Proprio per reazione al grave stato di prostrazione e abbattimento dei popolo rosso, Wovoka, un Piute di 35 anni che i bianchi avevano ribattezzato Jim Wilson, si mise a capo di un vasto movimento religioso e non violento che rappresentò l’ultimo grande segno di vitalità spirituale degli indiani d’America. Durante un’eclissi di sole avvenuta il 17 gennaio Wovoka, come egli raccontò successivamente, si sentì sollevare da forze sconosciute fino a giungere magicamente davanti al Grande Spirito. Da lui ricevette l’incarico di portare a tutti i pellerossa una profezia di speranza e di riscatto: di lì a poco i tempi bui avrebbero avuto fine, sarebbe iniziata un’era di pace e fratellanza, e l’uomo bianco avrebbe abbandonato i territori occupati tornando di là dal mare da dove era venuto. La notizia di questa ispirazione divina volò di bocca in bocca tra le genti indiane: finalmente Manitù si era ricordato dei suoi figli e offriva loro la speranza di uscire dal buio tunnel in cui si trovavano. Tutte le tribù mandarono emissari presso Wovoka perché indicasse loro cosa fare. Il Piute spiegò che i pellerossa avrebbero dovuto riprendere a onorare il Grande Spirito, eseguendo in suo onore la Danza degli Spettri, un rito di cui il profeta mostrò i passi e gli atteggiamenti. I politici di Washington, allarmati dai rapporti che ricevevano dall’ovest e dalle voci ingigantite e orchestrate dalla stampa, temettero un colpo di coda da parte dei popoli rossi e rinforzarono a dismisura le guarnigioni, ordinando l’arresto dei principali capi indiani. Fra questi anche Toro Seduto, che pure non dava credito alcuno alle visioni di Wovoka: nelle fasi concitate dell’arresto, il vecchio capo Sioux venne ucciso a tradimento, Era il 15 dicembre 1890. li pacifico movimento nato dalle visioni dei profeta piute fu represso nei sangue pochi giorni più tardi, il 29 dicembre, nella strage di Wounded Knee compiuta dall’esercito con cinica determinazione. Con i duecento pellerossa rimasti sul terreno, morirono anche i sogni del visionario Wovoka.


SEMINOLE

“Sul capo aveva un turbante di stoffa, ornato da due lunghe piume pendenti, la chioma nera lucente gli incorniciava il volto, capace, nella calma, di un’ammirevole varietà d’espressioni; ma che ora esibiva in una mescolanza di odio e di incrollabile risolutezza”.

Così un ufficiale descrisse il giovane guerriero che, non invitato, si era introdotto al concilio tra i capi bianchi e quelli Seminole. Era chiamato As-Se-He-Ho-Lar, ‘Urlatore dell’Asi”. L’asi è una bevanda rituale, nera come un forte caffè, estratta dalle foglie dell’albero yaupon: chi la beve canta e grida come il dio Yahola e ha grande forza in battaglia. E quel giovane era un grande condottiero. I bianchi lo conoscevano come Osceola. Lui odiava i bianchi con tutte le sue forze, da quando sua moglie, Rugiada dei Mattino, era stata rapita dai cacciatori di schiavi. Seminole è una parola Creek che significa “fuggiasco, selvaggio, irriducibile”. Non si trattava di un solo popolo, ma di un eterogeneo miscuglio di popoli (Creek, Hitchiti, Eufaula, Muskogee), sospinti in Florida dall’avanzata dei bianchi e riunitisi a formare una nuova nazione. Proprio per questa loro origine i Seminole erano aperti e tolleranti: adottavano volentieri nella tribù gli schiavi negri fuggiaschi dalle piantagioni dei Sud. Ma gli Americani, accusando i Seminole di rubare le foro “proprietà”, facevano incursioni oltre confine (la Florida apparteneva alla Spagna) per recuperare gli schiavi. Nel 1817, al comando dei generale Jackson, attaccarono e distrussero il fortino Serninole di Apalachicola. Gli indiani risposero con una sanguinosa guerriglia, ma alla fine dovettero ritirarsi nelle paludose e insalubri regioni della Florida meridionale, le Evergiades. Nel 1821 la Spagna cedette la Florida agli Stati Uniti, e nel 1829 il grande nemico degli indiani, Andrew Jackson, fu eletto presidente. Fece subito approvare dal Congresso il famigerato Indian RemovalAct, che prevedeva l’emigrazione delle tribù dell’est nell’ancora selvaggio ovest. Nel 1832, una delegazione di sei capi fu costretta a firmare, con intimidazioni e minacce, un trattato che prevedeva la cessione delle terre Seminole agli Stati Uniti. Si trattò di una vera e propria truffa: quei capi non rappresentavano l’intero popolo Seminole. Come dichiarò, molti anni dopo, uno degli ufficiali più attivi nella guerra contro i Seminole, il maggiore Hitchcock: “Mi arruolai per punire quelli che credevo ribelli e violatori di un trattato. Ma il trattato fu un inganno. I Seminole non hanno mai consentito a emigrare e hanno ogni diritto di difendere la loro terra”. Nel 1835, Micanopy, Filippo e altri importanti capi Seminole rifiutarono di firmare il consenso all’emigrazione. L’agente indiano Thompson li trattò con disprezzo. Allora si fece avanti 0sceoia, ardendo d’indignazione: “Questa terra è nostra!”, esclamò. Poi inchiodò il foglio al tavolo con il pugnale: “E così disse – che firmerò tutti i vostri trattatí!”. Thompson lo fece mettere in catene per una settimana. Mentre lo conducevano via, Osceola gridò: “Il sole è alto nel cielo, ricorderò quest’ora. L’agente ha avuto la sua giornata, io avrò la mia”. il 28 dicembre 1835, i Seminole agli ordini di Osceoia attaccarono Fort King e lo saccheggiarono. Thompson fu uno dei primi a cadere. Nello stesso giorno, un altro gruppo di Seminole guidato dal luogotenente di Osceola, Alligatore, assalì e sterminò nella foresta un contingente di cento soldati agli ordini dei maggiore Dade. Osceola inviò agli americani una fiera lettera di sfida: “Voi avete i fucili – scriveva il condottiero dei Seminole. – Anche noi li abbiamo. Avete polvere da sparo e piombo; anche noi li abbiamo. I vostri uomini combatteranno, e i nostri pure, finché l’ultima goccia di sangue Seminole bagnerà la polvere dei nostro territorio di caccia”. Per due anni i Seminole e gli schiavi fuggiaschi loro alleati, i cimarrones, tennero in scacco l’esercito degli Stati Uniti, superiore di forze e di armamento. Il 23 ottobre 1837, recatosi a St. Augustine per parlamentare, 0sceola fu circondato dai soldati e imprigionato. Pochi mesi dopo, il morale spezzato da queil’ennesimo tradimento dei bianchi, il grande capo si spegneva in carcere. La sua morte fu narrata da George Catlin, che pochi giorni prima l’aveva ritratto: “Mezz’ora prima di spirare, si accorse di essere prossimo alla morte. Si alzò, indossò camicia, gambali e mocassini, cinse la cintura di guerra e il corno della polvere. Poi chiese la pittura rossa e lo specchio, e si dipinse accurata mente di vermiglio metà del viso, la gola, il dorso delle mani e l’impugnatura del coltello, che infilò poi alla cintura. Con cura, si acconciò sul capo il turbante e le tre piume di struzzo che sempre vi portava. Poi, eretto nella sua alta uniforme, strinse la mano a me e ai capi presenti, con un benigno sorriso. Infine fu aiutato ad adagiarsi sul letto. Estrasse il coltello, incrociò le mani sul petto e, senza più resistere, esalò sorridendo l’ultimo respiro”. La morte di Osceola riaccese la rivolta. Gli Stati Uniti avevano già perso migliaia di vite e milioni di dollari, in quella guerra. Lasciarono che gli ultimi, irriducibili Seminole restassero nelle loro malsane paludi che nessun colono bianco avrebbe voluto. Ancora oggi, nelle Everglades, vivono i discendenti della tribù che non si arrese mai.


SHOSHONI

Tra i primi Shoshoni incontrati dai bianchi, la più celebre fu una donna. Si chiamava Sacajawea, ed era una giovane squaw di diciotto anni. Il 14 maggio 1804, una spedizione finanziata dal governo e guidata da Lewis e Clark si mosse da St. Louis risalendo il Missouri, con lo scopo d’esplorarne il corso attraverso i territori ancora selvaggi dei lontano ovest. La spedizione trascorse l’inverno presso il fiume Knife. Li si aggregò un cacciatore di origine francese, di nome Toussaint Charbonneau, che aveva comprato Sacajawea facendone sua moglie: l’uomo venne arruolato come guida e la donna come interprete. Era l’unico componente dei gruppo di sesso femminile. Il viaggio riprese nell’aprile dei 1805, e l’aiuto di Sacajawea si dimostrò fondamentale in molte occasioni. Arrivati fino al punto in cui il Missouri non era più navigabile, grazie alla giovane squaw Lewis e Clark si procurarono dei cavalli e riuscirono a valicare le Montagne Rocciose raggiungendo il Pacifico. Non tutti gli Shoshoni furono comunque così ben disposti a collaborare con i visi pallidi come Sacajawea. Anzi, a causa della loro ostilità, le piste verso il Pacifico dovevano spesso essere chiuse. La posta indirizzata a Salt Lake City molte volte andò persa insieme alle diligenze e le linee telegrafiche venivano continuamente abbattute. Proprio per tenere aperte le vie di collegamento fra est e ovest, in California fu organizzato un corpo di volontari agli ordini dei colonnello Patrick E. Connor, che si insediò a Fort Douglas, un avamposto ai piedi delle montagne Wasateh, da dove i bianchi potevano tenere sotto controllo l’intera regione a cavallo tra Utah, ldaho, Wyoming e Nevada. Grazie ai volontari della California la comunità dei Mormoni potè espandersi floridamente a spese degli Shoshoni, che vedevano giorno dopo giorno aumentare gli stanziamenti dei bianchi sul loro territorio. La resistenza dei pellerossa venne guidata soprattutto dal capo Bear Hunter, che fu protagonista di numerosi atti di guerriglia. Nel gennaio 1863 il colonnello Connor uscì da Fort Douglas con trecento uomini, e marciò verso il villaggio Shoshoni sul Bear River, immissario dei Grande Lago Salato. L’attacco fu violentissimo: 224 indiani, compreso Bear Hunter, furono uccisi; 164 donne e bambini presi prigionieri e deportati nelle riserve. Alcuni Shoshoni riuscirono a fuggire, ma in seguito non minacciarono mai più gli uomini bianchi.


SIOUX

Le Colline Nere, i Paha Sapa, come le chiamavano gli indiani, al confine tra il South Dakota e il Wyoming, erano considerate dai Sioux il centro dei mondo. Oltre a essere il loro rifugio e la loro riserva di caccia, erano il loro santuario. Uì i guerrieri si recavano per comunicare con il Grande Spirito. Nel 1868, quelle quarantatremila miglia quadrate di territorio, giudicate dal governo americano prive di valore, erano state assegnate ai pellerossa. Ma già nel 1874 i bianchi si erano pentiti della loro concessione: correva voce che sulle Colline Nere ci fosse l’oro, e il 70 Cavalleria venne inviato a controllare se era vero. Lo comandava il generale George Armstrong Custer, che gli indiani chiamavano Pahuska, Capelli Lunghi. “Si può trovare l’oro in ogni zolla di terra – fece sapere Custer – persino tra le radici dell’erba”. Fino ad allora soltanto pochi cercatori si erano arrischiati a violare i confini dei territorio indiano: dopo quell’annuncio vi fu l’invasione. E vi fu la guerra: l’ultima, disperata guerra dei Sioux per salvare il proprio territorio dall’ingordigia dei bianchi. Due, principalmente, furono i capi indiani che condussero la lotta: Toro Seduto, sachem Hunk papa, e Cavallo Pazzo, guerriero Oglala. Uomini davvero molto diversi fra loro. Tatanka Yotanka, Toro Seduto, era saggio e riflessivo: poteva vantare innumerevoli imprese di guerra, ma non si mostrava crudele verso i prigionieri e i nemici sconfitti. Soprattutto era un abile diplomatico, e ne diede prova ogni volta che ebbe modo di incontrarsi con le autorità americane. Anche quando fu costretto ad arrendersi, riuscì a presentarsi come un vincitore.
Tashunko Witko, Cavallo Pazzo, fu invece il guerriero più valoroso e indomito della nazione Sioux: già a sedici anni si era distinto in una pericolosa spedizione contro i nemici. A diciotto, aveva ricevuto più onori di quanti altri uomini ne ottengono dùrante tutta la vita. Era sempre il primo a lanciarsi contro il nemico. Anche nell’epica mischia sul Little Big Horn fu alla testa dei suoi uomini, e Custer lo vide piombargli addosso dall’alto a tagliargli la ritirata. Correva voce che Cavallo Pazzo fosse invulnerabile. Anzi, si diceva che avrebbe potuto essere ucciso solo da uno dei suo popolo. Un giorno di fine estate dei 1877 i soldati dei generale Crook lo raggiunsero e lo condussero a Fort Robinson: il generale voleva parlargli, gli dissero. Cavallo Pazzo fu portato verso un edificio, fra due ali di indiani silenziosi e soldati armati. Quando arrivò sulla porta, vide che si trattava di una prigione. Balzò all’indietro e cercò di liberarsi. Ma un Sioux rinnegato lo immobilizzò, e un soldato gli piantò nel corpo la baionetta. Il guerriero Oglala cadde a terra e non si rialzò mai più. La secolare storia dei Sioux era iniziata nella regione dei Mille Laghi, l’attuale Minnesota, da dove si erano man mano spostati sempre più a ovest, fuggendo gli insediamenti dei bianchi. Agli inizi dell’Ottocento i Sioux avevano il dominio assoluto della valle dei Missouri e della parte occidentale del South Dakota. Chiamarli Sioux o Dakota era una questione di punti di vista. Loro si definivano “Da-coh-tah” che vuoi dire: amici. I Chippewa, invece, li designavano come %a-doweis-siw”, cioè serpenti. Fuor di metafora, nemici. I Francesi, che con i Chippewa erano alleati, accorciarono quel nome semplicemente in “Sioux”. Erano sette i gruppi che costituivano, in origine, la grande nazione Dakota. Della confederazione facevano parte gli Oglala (il gruppo più numeroso), i Bruié, i Miniconjou, i Due Marmitte, gli Hunkpapa, i Sihasapa e i Senza Arco. Ogni anno le varie bande si radunavano in un grande campo estivo, durante il quale venivano nominati i capi noti come i Supremi Custodi della Tribù. L’autorità dei capi era, in verità, alquanto precaria: un capo doveva guadagnarsi ogni giorno la fiducia dei suoi seguaci, dimostrandosi in grado di soddisfare le loro necessità quotidiane e di condurli alla vittoria contro i nemici. Chi falliva perdeva ogni autorità. Proprio per questo la nazione Dakota era suddivisa in un gran numero di bande indipendenti, aggregate attorno ai guerrieri più prestigiosi. Il prestigio, fra i Sioux, era fondamentale. Proveniva soprattutto dalle quattro virtù dei guerriero: l’audacia, la forza d’animo, la generosità e la saggezza. Essere considerati coraggiosi aveva un’importanza particolare. Sfidare la morte era importante quanto vincere. Addirittura, giungere nei pressi di un nemico e “toccarlo”, indipendentemente dal fatto che questi morisse o meno, dava maggior prestigio che ucciderlo stando a distanza di sicurezza. Chi colpiva un nemico poteva contare un “colpo”, e più colpi si accumulavano nel proprio carnet, più onori si ricevevano. Per essere validi, i colpi dovevano essere resi pubblici e venire confermati da testimoni, oppure il guerriero poteva giurare pubblicamente di aver compiuto i’impresa anche se nessuno lo aveva visto: gli indiani difficilmente giuravano il falso. Molto considerata era anche la forza d’animo, grazie alla quale si poteva sopportare qualsiasi dolore fisico. Per allenarsi a non battere ciglio in nessuna circostanza, molti Sioux rompevano la crosta di ghiaccio di un corso d’acqua gelato e vi si immergevano. Periodicamente si svolgeva nei villaggi la Danza dei Sole: i guerrieri venivano appesi a una trave con delle cinghie, tramite dei ganci conficcati nei muscoli dei petto, e resistevano finché la carne non si lacerava, liberandoli. L’inverno veniva trascorso negli accampamenti, collocati nei pressi di fiumi e torrenti, al riparo di macchie alberate. Con l’arrivo della primavera la vita riprendeva: la tribù si spostava alla ricerca delle mandrie di bisonti. I Sioux erano cavalieri abilissimi: appresero subito l’arte di cavalcare il “cane sacro”, come essi chiamarono il cavallo dopo che i bianchi lo ebbero introdotto nel Nuovo Mondo, e lo utilizzarono per la caccia e per le battaglie. La guerra era una pratica sociale: però, a differenza del modo di combattere dei bianchi, i Sioux compivano azioni militari limitate, non concepivano la cosa: fin dalla prima metà dell’Ottocento furono tra i popoli rossi più determinati ed efficaci nell’opporsi al loro strapotere. Anche il capo Piccolo Corvo (che inizialmente aveva creduto alla possibilità di una convivenza tra i due popoli, aveva adottato i costumi dei bianchi, si era costruito una fattoria ed era persino diventato cristiano) alla fine si stancò di subire vessazioni e umiliazioni: si ribellò e si diede alla macchia. Fu ucciso nel 1863 da due coloni che intascarono una taglia di 500 dollari per il suo scalpo. Un altro grande capo, Nuvola Rossa, tenne in scacco l’esercito americano per anni, costringendo infine i soldati ad abbandonare tutti i fortini che avevano costruito lungo il fiume Powder e a chiudere la pista di Bozeman che vi correva a fianco. Fu un trionfo di breve durata. Di lì a poco sarebbe cominciata la guerra delle Colline Nere. La storia della nazione Sioux terminò il 29 dicembre 1890 iungo il corso ghiacciato del torrente Wounded Knee, dopo che già le erano state strappate le Colline Nere e dopo che gran parte della sua gente era stata sterminata e dispersa. Lì, il 7′ Cavalleria (lo stesso che era stato sconfitto sul Little Big Horn) aprì il fuoco contro una banda di Sioux inermi guidata dal capo Piede Grosso, uccidendone più di duecento, per la maggior parte vecchi, donne e bambini. Sul Wounded Knee, si diceva, era stato sepolto il cuore di Cavallo Pazzo. E insieme, l’anima di tutti i Dakota.


URONI

In un francese Piuttosto arcaico, il termine “huron” significa bifolco, tanghero. I Francesi lo affibbiarono quasi per scherzo a un gruppo di indiani che occupava una regione presso la Georgian Bay. In realtà si trattava di una confederazione di quattro tribù diverse: i Popoli dell’Orso, dei Cervo, della Roccia e della Corda. I primi bianchi che li incontrarono, nel 1615, contarono 18 loro villaggi, situati a poche miglia l’uno dall’altro: ma gli Uroni non rimanevano mai a iungo nello stesso posto perché, dopo alcuni anni, finivano per consumare tutta la legna dei dintorni. Allora si spostavano altrove, costruendo più in là le loro capanne di legno e le palizzate. l loro principali nemici erano gli Irochesi. Gli Uroni, alleati dei Francesi, erano stati in gran parte convertiti al Cristianesimo. All’alba dei 3 luglio 1648, il viliaggio Urone fortificato di Teanaostaiaié fu attaccato mentre gli abitanti erano a messa. Gli Irochesi fecero a pezzi il padre gesuita Antoine Daniei e diedero fuoco alla chiesa gremita di fedeli. Per gli Uroni fu l’inizio della fine. Due anni dopo, i resti della potente confederazione si dispersero all’ovest e divennero noti come Wyandot.


WINNEBAGO

il lago Winnebago si trova nel Wisconsin, nei pressi dei confine con il Canada. I Chippewa lo chiamavano “winipig”, che vuoi dire “acqua sporca”. Di conseguenza, gli indiani che abitavano sulle sue rive erano i “winipyagohag”, cioè ‘Il popolo dell’acqua sporca”. Da qui il nome Winnebago dato alla tribù e poi anche al lago. Benché vivessero gomito a gomito con tribù Algonchine come i Fox, i Menomìnee e ì Sauk, essi avevano una identità culturale alquanto diversa, collegata con le famiglie Siouan degli lowa, dei Missouri, degli Oto. Le varie tribù Winnebago, dopo aver trascorso l’inverno lungo le rive del lago, si radunavano presso ìl vìlìaggìo di Praìrìe La Crosse. E lì, fra le altre cose, si mettevano a giocare a pallone. Non disputavano vere e proprie partite di calcio, ma praticavano uno sport chiamato “bagattiway” che un po’cì assomigliava, dato che due squadre si contendevano una pala che doveva essere gettata verso un bersaglio. Anziché i piedi, si usavano delle racchette simili a quelle dei tennis, che potevano essere utilizzate anche per colpire gli avversari. Ancora oggi in Canada si gioca un importante campionato di uno sport molto simile a questo, il Lacrosse, che prende il nome proprio dal luogo dei raduno annuale dei Wìnnebago. Verso la metà del secolo scorso, tuttavia, il “popolo dell’acqua sporca” dovette interrompere le sue partite. Nel 1836 più di un quarto dei suoi componenti mori falciato da un’epidemia, e nel 1840 i superstiti furono deportati in varie riserve dall’esercito americano. Un censimento dei 1852 contò 2521 Winnebago ancora vivi: dopo un ennesimo spostamento forzato fin sulle rive dei Missouri, i pellerossa (che cadevano come mosche per le malattie e i disagi) fuggirono cercando protezione presso l’agenzia indiana di Omaha. Quando fu assegnata loro una riserva nel Nebraska, dove i loro discendenti vivono tuttora, erano rimasti in 1200.


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4 risposte a Indiani nativi_Tribù

  1. sapa giuseppe ha detto:

    grande capo giuseppe testimone della arroganza dei più forti bisogna organizzarsi per combatterla nsempre

    • bigbruno ha detto:

      Purtroppo l’arroganza, x dirla come te, la faceva da padrone, fra bianchi e nativi…e i risultati non potevano essere diversi! Molte analogie sono sotto gli occhi di tutti, anche nel ns contemporaneo… bb

  2. Giulia Rosati ha detto:

    Mi complimento per il blog.

    • bigbruno ha detto:

      Ciao Giulia e benvenuta! Sono contento tu abbia gradito, trovando qualcosa di interessante. Mi auguro torni a farmi visita, magari con un nuovo commento. Un caro saluto, Bb.

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